Alzi la mano chi non ha mai passato mezz’ora a fissare lo schermo aspettando quella risposta che non arriva, mentre vedi che la persona è “online” da dieci minuti buoni. O chi non ha mai riletto ossessivamente una conversazione cercando di capire se quel “ok” secco fosse ironico, arrabbiato, passivo-aggressivo o semplicemente un “ok”. Benvenuti nel meraviglioso mondo della comunicazione digitale, dove ogni messaggio può trasformarsi in un rebus esistenziale e dove alcune persone hanno imparato a sfruttare questa ambiguità per tenerti letteralmente appeso a un filo.
Parliamoci chiaro: non stiamo per dirti che esiste un test scientifico che analizza le spunte blu e ti diagnostica se dall’altra parte c’è un manipolatore seriale. La realtà è più sfumata e, onestamente, più inquietante. Perché il punto non è il singolo messaggio lasciato in sospeso o la risposta che arriva dopo ore. Il punto è quando questi comportamenti diventano un pattern sistematico, una specie di copione che si ripete sempre uguale e che ha un effetto molto preciso: farti sentire perennemente in bilico, ansioso, mai abbastanza sicuro di dove stai.
Gli psicologi che studiano le dinamiche relazionali tossiche hanno identificato negli ultimi anni come WhatsApp e le app di messaggistica abbiano aperto un nuovo capitolo nel manuale della manipolazione emotiva. Non perché queste piattaforme siano intrinsecamente malvagie, ma perché offrono strumenti perfetti per chi vuole giocare col controllo: la possibilità di scegliere esattamente quando rispondere, cosa dire, quando sparire, quando riapparire. Tutto con la scusa plausibile del “ero occupato” o “non ho visto”.
La scienza dietro al tuo check compulsivo dello smartphone
Facciamo un passo indietro e parliamo di un tizio che negli anni Trenta si divertiva a mettere piccioni in scatole e a studiare come reagivano alle ricompense. Si chiamava B.F. Skinner e, anche se suona strano, i suoi esperimenti ci spiegano perfettamente perché passi la serata con lo smartphone in mano ad aggiornare WhatsApp ogni trenta secondi. Skinner scoprì che quando una ricompensa arriva in modo imprevedibile e casuale, il cervello ci si fissa molto più intensamente rispetto a quando la ricompensa è costante.
Nel suo libro “The Behavior of Organisms” del 1938, e poi in modo ancora più dettagliato in “Schedules of Reinforcement” scritto con Charles Ferster nel 1957, Skinner documentò come questo rinforzo intermittente creasse comportamenti incredibilmente resistenti all’estinzione. Tradotto in italiano: se qualcosa ti ricompensa a sorpresa, continuerai a cercarla anche quando non arriva più niente. È lo stesso principio delle slot machine, del gratta e vinci, e sì, anche delle notifiche dei social.
Ora applica questo concetto alle tue chat. Una persona che risponde sempre entro cinque minuti con messaggi affettuosi? Prevedibile, rassicurante, ma diciamolo, un po’ noioso per il tuo cervello antico che cerca pattern. Qualcuno che invece alterna messaggi dolcissimi e immediati a sparizioni inspiegabili di giorni? Boom, hai attivato la modalità slot machine nel tuo sistema nervoso. Il cervello entra in stato di allerta cercando di capire il pattern, quando arriverà la prossima “vincita”, cosa hai fatto di sbagliato per non ottenerla.
Uno studio del 2019 pubblicato sul Journal of Behavioral Addictions da A.T. Dey e colleghi ha mostrato proprio come le ricompense variabili sui social network e nelle app di messaggistica aumentino il comportamento di checking compulsivo. Non sei pazzo se controlli il telefono ogni due minuti: il tuo cervello è stato hackerato da qualcuno che, consciamente o meno, sta sfruttando un meccanismo psicologico potentissimo.
Il fantasma che torna sempre quando stai per dimenticarlo
Conosci quella persona che letteralmente evapora dalla tua vita per settimane senza dare spiegazioni, e poi puff, riappare con un messaggio del tipo “ciao, mi sei mancato tantissimo” oppure “scusa se sono sparito, ho pensato molto a te”? Congratulazioni, hai appena incontrato quella che in gergo psicologico viene chiamata tecnica del hoovering, dal nome dell’aspirapolvere Hoover. L’idea è che ti risucchiano dentro la relazione proprio nel momento esatto in cui stavi iniziando a respirare di nuovo.
Questo termine viene usato soprattutto nella letteratura che parla di relazioni con persone che hanno tratti narcisistici o fortemente manipolatori. Susan Forward, psicoterapeuta americana, nel suo libro “Emotional Blackmail” del 1997 descrive perfettamente questi cicli di avvicinamento e allontanamento studiati per mantenere l’altra persona in uno stato di dipendenza emotiva. Lundy Bancroft in “Why Does He Do That?” del 2002 analizza come questi pattern di idealizzazione, scarto e riaggancio siano caratteristici di alcune dinamiche di controllo nelle relazioni.
Il bello, se così vogliamo chiamarlo, è che il timing non è mai casuale. Queste persone hanno un sesto senso quasi soprannaturale per percepire quando stai mollando la presa. Hai smesso di controllare ossessivamente se sono online? Hai iniziato a uscire con gli amici senza pensare continuamente a loro? Ecco che arriva il messaggio. A volte è un’emergenza emotiva improvvisa: “sto malissimo, ho bisogno di te”. Altre volte è nostalgia strategica: “ho trovato quella foto di quando siamo andati al mare, ti ricordi?”. Altre ancora è finta casualità: “ero qui che pensavo a te”.
I messaggi studiati a tavolino per confonderti
E poi ci sono i messaggi che sembrano scritti apposta per mandarti in tilt. Tipo: “dobbiamo parlare” seguito da otto ore di silenzio totale mentre tu ti mangi le unghie cercando di capire cosa diavolo hai fatto di male. Oppure: “non ce la faccio più” senza mai specificare cosa, costringendoti a tempestare di domande sempre più ansiose. O ancora meglio: “fai come vuoi” che in realtà significa “se fai come vuoi sei una persona orribile e ti farò pagare questa scelta per i prossimi sei mesi”.
Questo tipo di comunicazione volutamente ambigua e confusionaria si collega a una forma di manipolazione che ha un nome preciso: manipolazione percettiva. Il termine viene da un’opera teatrale del 1938, “Gas Light” di Patrick Hamilton, dove il protagonista manipola la moglie facendole credere di essere pazza. In psicologia clinica il concetto è stato sviluppato da ricercatori come Robin Stern nel libro “The Gaslight Effect” del 2007 e descrive l’atto di far dubitare qualcuno della propria percezione della realtà.
Nelle chat questo tipo di manipolazione assume forme particolarmente subdole. Negare di aver detto cose che puoi letteralmente vedere scritte nero su bianco: “non intendevo quello, stai interpretando male, sei troppo suscettibile”. Contraddirsi continuamente e poi farti sentire confuso quando lo fai notare. Usare frasi che ti fanno dubitare della tua sanità mentale: “sei troppo emotivo”, “esageri sempre”, “hai un problema, dovresti farti vedere”.
Come notato nello studio di Andrea Sweet pubblicato nel 2019 sul Journal of the American Psychiatric Nurses Association, queste strategie di manipolazione nelle relazioni abusive minano progressivamente la fiducia che hai nella tua percezione. Il problema delle chat è che mancano tutti i segnali non verbali che normalmente usiamo per capire se qualcuno sta mentendo o manipolando: tono di voce, espressione del viso, linguaggio del corpo. Un “ok” può voler dire mille cose diverse, e chi manipola lo sa benissimo e lo sfrutta alla grande.
Il ricatto emotivo nascosto in un messaggio carino
E ora arriviamo al pezzo forte: i messaggi che ti fanno sentire la persona più schifosa del pianeta anche quando non hai fatto assolutamente niente di male. “Dopo tutto quello che ho fatto per te”, “nessuno ti amerà mai come ti amo io”, “se mi lasci non so cosa potrei fare”, “pensavo fossi diverso dagli altri”. Sono frasi che trasformano WhatsApp in uno strumento di ricatto emotivo puro e semplice.
Susan Forward ha dedicato un intero libro a questo tema, “Emotional Blackmail: When the People in Your Life Use Fear, Obligation, and Guilt to Manipulate You” del 1997, dove identifica una sequenza tipica che si ripete nelle relazioni manipolatorie. Prima arriva una richiesta mascherata da bisogno. Se resisti, parte la pressione emotiva: “pensavo ti importasse di me”, “evidentemente non mi ami abbastanza”. Poi arrivano le minacce, più o meno velate: “allora è finita”, “fai come vuoi, tanto io sparisco”, “non so cosa potrei fare”. Finché non cedi. E il ciclo ricomincia da capo, sempre più veloce.
Evan Stark nel suo libro “Coercive Control: How Men Entrap Women in Personal Life” del 2007 descrive come minacce, sensi di colpa e riferimenti ad autolesionismo vengano usati sistematicamente attraverso quello che chiama controllo coercitivo per indurre conformità e paura. Nelle chat moderne questo schema si ripete a una velocità impressionante. In dieci minuti puoi passare attraverso l’intero ciclo: richiesta, resistenza, pressione, minaccia, sottomissione.
Le spunte blu come gioco di potere
Okay, facciamo subito una cosa chiara: non esiste nessuno studio scientifico che dice che ignorare i messaggi con le spunte blu sia sintomo di un disturbo di personalità. Sarebbe ridicolo. Tutti abbiamo letto messaggi e rimandato la risposta perché eravamo al lavoro, stanchi, o semplicemente perché dovevamo pensare a cosa rispondere. Questo è assolutamente normale e umano.
Ma c’è una bella differenza tra leggere un messaggio e rispondere dopo un po’ di tempo in modo onesto, e usare le spunte blu come strumento strategico di controllo. Parliamo di quelle persone che sistematicamente leggono tutto e spariscono, ma se tu osi fare lo stesso scatenano l’inferno. O che usano la “visualizzazione senza risposta” come punizione: se non fai quello che vogliono, leggono e ignorano per giorni.
Lo studio di Laura Kelly e colleghi pubblicato su Family Relations nel 2012, “Communication, technology, and romantic relationship quality”, evidenzia che l’uso della tecnologia per ignorare, controllare o punire il partner è associato a minore qualità relazionale e maggiore conflittualità. Un altro report del Pew Research Center del 2015 di Amanda Lenhart su adolescenti, tecnologia e relazioni romantiche nota che la gestione strategica dei tempi di risposta e il “trattamento del silenzio” digitale contribuiscono a dinamiche di potere sbilanciate.
La persona che controlla quando e come rispondere tiene l’altra in uno stato di attesa perenne, di ansia, di sensazione di non essere abbastanza importante. È una forma sottile ma dannatamente efficace di controllo emotivo. E la cosa peggiore? Spesso chi lo fa nega anche che sia intenzionale, facendoti sentire paranoico per averlo notato.
Come distinguere manipolazione da semplice casino comunicativo
Ora, momento verità: non vogliamo trasformare ogni persona che risponde in ritardo o ha uno stile comunicativo diverso dal tuo in un manipolatore psicopatico. Sarebbe assurdo. Le persone sono diverse. Alcune preferiscono le telefonate ai messaggi. Altre hanno vite caotiche e rispondono quando possono. Alcuni sono proprio negati con le chat. Questo è normale e si gestisce parlando.
La differenza sta in alcuni elementi chiave. Prima di tutto la coerenza. In una comunicazione autentica, anche se i tempi variano, c’è una certa prevedibilità generale e soprattutto le promesse vengono mantenute. Se qualcuno dice “ti chiamo dopo” e sistematicamente non lo fa mai, quello è un problema. Come evidenziato nello studio di Sarah Coyne e colleghi su Family Relations del 2011 sulla qualità delle relazioni e l’uso della tecnologia, non è tanto il mezzo in sé quanto la qualità della comunicazione e la capacità di negoziare regole condivise che fa la differenza.
Secondo punto: la disponibilità al confronto. Se provi a dire “mi fa stare male quando sparisci così” e l’altro ti ascolta, cerca di capire e magari cambia qualcosa, quella è una relazione sana. Se invece ogni volta che sollevi il problema vieni fatto sentire esagerato, ipersensibile, paranoico, o se la discussione finisce sempre sui tuoi difetti, siamo in territorio manipolatorio. Marsha Linehan in “Cognitive-Behavioral Treatment of Borderline Personality Disorder” del 1993 descrive come l’invalidazione emotiva ripetuta sia uno dei fattori che causano maggiore sofferenza psicologica.
Terzo elemento, e questo è il più importante: l’effetto sul tuo benessere. Dopo le interazioni con questa persona ti senti sistematicamente svuotato, ansioso, confuso, in colpa? Passi ore a rileggere i messaggi cercando di capire cosa hai sbagliato? Senti di camminare sulle uova ogni volta che scrivi? Questi sono segnali che qualcosa non va, indipendentemente dalle intenzioni dell’altra persona. Mary Ann Dutton e Lisa Goodman in uno studio del 2005 sul Journal of Interpersonal Violence confermano che nell’abuso psicologico ciò che conta è l’impatto ripetuto sul benessere, non gli episodi isolati.
Quando la chat diventa sorveglianza vera e propria
Un aspetto particolarmente inquietante della manipolazione digitale è quando sconfina nella sorveglianza pura. Parliamo di chi controlla ossessivamente il tuo “ultimo accesso” e ti chiede spiegazioni se non combacia con quando hai risposto a lui. Chi si arrabbia se sei online ma non gli rispondi immediatamente. Chi vuole sapere con chi stai chattando, pretende foto per “sapere dove sei”, analizza con chi interagisci sui social.
Questo non è amore, non è interesse, non è nemmeno gelosia normale. È controllo, e può essere il segnale di una relazione che sta diventando pericolosamente tossica. Come documentato nello studio di Lisa Reed e colleghi su Violence Against Women del 2017 sul “cyber dating abuse”, monitorare costantemente la presenza online e richiedere aggiornamenti continui sono forme riconosciute di abuso digitale.
Evan Stark descrive come il controllo coercitivo passi proprio attraverso la sorveglianza continua, le richieste di giustificazioni costanti, il bombardamento di messaggi se non rispondi subito. Questo tipo di comportamento è talmente riconosciuto come forma di abuso che in alcuni paesi, come il Regno Unito, è diventato reato specifico nel 2015 con il Serious Crime Act.
Le relazioni sane esistono anche su WhatsApp
Non vogliamo lasciarti con l’idea che ogni chat sia un campo minato. La maggior parte delle persone usa WhatsApp in modo genuino e onesto. La comunicazione autentica, anche digitale, ha caratteristiche molto riconoscibili ed è completamente diversa dalla manipolazione.
È trasparente: se c’è un problema se ne parla apertamente, se qualcosa non è chiaro si chiarisce, se si sbaglia ci si scusa sinceramente senza giri di parole. È rispettosa: tiene conto dei tempi dell’altro senza pretendere disponibilità assoluta ventiquattro ore su ventiquattro. È coerente: le parole corrispondono alle azioni, le promesse vengono mantenute, il comportamento è prevedibile nelle linee generali anche se non rigido.
Come mostrato da John Gottman e Nan Silver in “The Seven Principles for Making Marriage Work” del 1999, rispetto, chiarezza e coerenza sono pilastri della comunicazione sana in tutti i canali, digitali compresi. Una comunicazione autentica è anche riparativa: quando ci sono fraintendimenti, c’è la volontà da entrambe le parti di aggiustare le cose, non di usarli come armi. E soprattutto, ti fa stare bene: dopo una conversazione ti senti connesso, compreso, energizzato, non prosciugato.
Proteggersi senza diventare paranoici
Quindi, come fare a navigare tutto questo senza finire per analizzare ogni virgola con sospetto? Prima regola: fidati del tuo istinto. Se qualcosa ti fa sentire a disagio ripetutamente, quel disagio è un dato valido. Come sottolinea Judith Herman in “Trauma and Recovery” del 1992, imparare ad ascoltare i propri segnali interni di allarme è fondamentale per riconoscere situazioni potenzialmente dannose.
Secondo: stabilisci confini chiari e mantienili. Non devi essere disponibile sempre su WhatsApp, non devi giustificare ogni tuo movimento, non devi accettare che qualcuno ti parli in modo che ti fa stare male solo perché è via messaggio. Henry Cloud e John Townsend in “Boundaries in Dating” del 2000 spiegano come i confini sani siano fondamentali in ogni tipo di relazione.
Terzo: osserva i pattern nel tempo, non i singoli episodi. Un messaggio ambiguo capita a tutti. Dieci messaggi ambigui di fila che ti lasciano sempre confuso sono un pattern. Una volta che dimentica di rispondere è normale. Sparire sistematicamente quando si parla di argomenti importanti è un comportamento da bandiera rossa.
Quarto: confrontati con persone fidate. A volte quando sei dentro una dinamica manipolatoria perdi completamente la bussola su cosa sia normale e cosa no. Mostrare le conversazioni a un amico fidato o a un terapeuta può darti una prospettiva preziosa. Come documentato nello studio di Ann Coker e colleghi sul Journal of Women’s Health del 2002, il supporto sociale è fondamentale per riconoscere e uscire da relazioni dannose.
Se riconosci molti dei pattern descritti nella tua relazione, e soprattutto se hai provato a parlarne ottenendo solo ulteriori colpevolizzazioni, potrebbe essere il momento di fare una valutazione seria. Nessuna app dovrebbe diventare una fonte costante di ansia e malessere. Come spiegano Lundy Bancroft e Karyl McBride, non tutte le relazioni possono o devono essere salvate. Riconoscere quando una dinamica manipolatoria è strutturale nella personalità dell’altro, e non solo un momento difficile risolvibile, può essere il primo passo verso il recupero del proprio benessere.
Ricorda una cosa fondamentale: meriti relazioni che ti facciano sentire sicuro, rispettato, valorizzato. Anche e soprattutto su WhatsApp. Le chat dovrebbero facilitare la connessione, non trasformarsi in un campo di battaglia emotivo dove ogni notifica è fonte di ansia. Se la tua relazione digitale assomiglia più a una partita a scacchi psicologica che a una conversazione tra persone che si vogliono bene, forse il problema non è come usi WhatsApp, ma con chi lo stai usando. La tecnologia ha cambiato tantissime cose nel modo in cui ci relazioniamo, ma i principi di base di una comunicazione sana restano sempre gli stessi: rispetto, chiarezza, coerenza, empatia. Quando questi mancano, nessuna emoji del cuore può compensare.
Indice dei contenuti
