Quando acquistiamo caffè al supermercato, tendiamo a confrontare i prezzi guardando il numero di tazze dichiarato sulla confezione. Una prassi che sembra razionale, ma che nasconde un’insidia poco nota: le porzioni indicate sulle etichette non sempre corrispondono alla realtà del nostro consumo quotidiano. Questa discrepanza, tutt’altro che casuale, può trasformare quello che appare come un affare in un acquisto meno vantaggioso di quanto immaginato.
Il trucco dei grammi nascosti
Le confezioni di caffè in offerta spesso riportano indicazioni quali “fino a 80 tazze” o “100 porzioni”, cifre che attirano immediatamente l’attenzione. Il problema sorge quando si analizza il calcolo alla base di queste promesse. Molti produttori basano le loro stime su dosi che variano tra i 5 e i 7 grammi per tazza, una quantità significativamente inferiore rispetto a quella comunemente utilizzata nelle case italiane. Secondo gli standard italiani, il dosaggio minimo per un espresso è di 7 grammi di caffè macinato per una dose singola da 25 millilitri.
Chi prepara il caffè con la moka tradizionale sa bene che una tazza di qualità richiede tra i 10 e i 12 grammi di polvere per ottenere una tazza da 50-60 millilitri. Anche per le macchine a cialde o automatiche, il dosaggio standard si attesta sui 7-9 grammi per le cialde ESE e le capsule espresso, mentre le macchine superautomatiche utilizzano generalmente 8-10 grammi. La differenza non è trascurabile: una confezione da 500 grammi che dichiara 70 tazze basandosi su 7 grammi ne produce in realtà circa 40-50 secondo le abitudini reali di estrazione.
Perché questa pratica è fuorviante
La questione non riguarda semplicemente una preferenza personale per un caffè più o meno intenso. Il dosaggio minimo indicato spesso produce una bevanda acquosa, priva del corpo e dell’aroma che caratterizzano un espresso degno di questo nome. Dosi inferiori ai 7 grammi producono un caffè debole che non soddisfa le aspettative. Gli italiani, in particolare, hanno aspettative precise riguardo alla qualità del caffè, aspettative che richiedono una grammatura adeguata.
Utilizzare porzioni ridotte come riferimento nelle etichette crea un’illusione di convenienza che distorce il confronto tra prodotti. Un consumatore che basa la propria scelta sul rapporto prezzo-numero di tazze dichiarato potrebbe trovarsi a pagare, nei fatti, un prezzo superiore rispetto a alternative apparentemente più costose ma con indicazioni più realistiche.
Come verificare la reale convenienza
Per non cadere in questa trappola commerciale, è necessario adottare un approccio diverso nella valutazione delle offerte. Alcuni accorgimenti pratici possono fare la differenza.
Innanzitutto, ignorate il numero di tazze dichiarato e concentratevi esclusivamente sul peso netto della confezione. Il parametro davvero importante è il prezzo al chilogrammo, l’unico che permette confronti oggettivi tra prodotti diversi. Calcolate poi il numero reale di utilizzi dividendo il peso totale per la vostra dose abituale, generalmente 10-12 grammi per la moka. Se disponibili, verificate anche la grammatura di riferimento nelle informazioni nutrizionali, dove talvolta viene specificata la porzione considerata dal produttore.

Le dimensioni contano davvero
Spesso le confezioni formato famiglia o le offerte multipack sembrano garantire risparmi significativi proprio grazie al numero elevato di porzioni pubblicizzato. Tuttavia, ricalcolando sulla base di dosi realistiche, il vantaggio economico può ridimensionarsi drasticamente o addirittura svanire.
Una confezione da 1 kg che promette 140 tazze a un prezzo apparentemente competitivo potrebbe rivelarsi meno conveniente di una da 500 grammi con indicazioni più oneste, se quest’ultima risulta effettivamente più economica al chilogrammo. Il formato grande non è automaticamente sinonimo di risparmio quando le porzioni dichiarate sono sottostimate.
L’importanza della consapevolezza
Questa prassi delle porzioni ridotte non viola tecnicamente le normative sull’etichettatura. La normativa europea 1169/2011 rende obbligatoria l’indicazione del peso netto, ma le porzioni rimangono indicative e non regolamentate. I produttori, quindi, indicano comunque il peso netto reale rispettando la legge, ma sfruttano la tendenza dei consumatori a focalizzarsi su informazioni sintetiche e apparentemente immediate piuttosto che sui dati oggettivi.
La tutela passa attraverso l’informazione e la capacità di leggere criticamente le confezioni. Un consumatore consapevole non si lascia impressionare dai numeri rotondi e dalle promesse generiche, ma verifica, calcola e confronta basandosi su parametri misurabili e confrontabili.
Gli strumenti per difendersi
Fortunatamente, difendersi da queste strategie commerciali è alla portata di tutti. Basta munirsi di calcolatrice, quella dello smartphone va benissimo, e dedicare trenta secondi in più alla valutazione del prodotto. Dividere il prezzo per il peso in chilogrammi fornisce immediatamente un dato comparabile, indipendentemente da come viene presentata la confezione.
Alcuni supermercati riportano già il prezzo al chilogrammo nelle etichette degli scaffali, un’informazione preziosissima che andrebbe sempre consultata prima di procedere all’acquisto. Quando disponibile, questo dato elimina alla radice qualsiasi ambiguità legata alle porzioni dichiarate.
La prossima volta che vi trovate davanti allo scaffale del caffè, attratti da un’offerta che promette decine di tazze in più rispetto ai prodotti concorrenti, ricordate che i grammi non mentono. Una valutazione basata sul peso effettivo e sul prezzo reale al chilogrammo vi garantirà scelte veramente convenienti, non solo apparentemente tali. Il risparmio autentico nasce dalla consapevolezza, non dalle illusioni create da numeri gonfiati su confezioni accattivanti.
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