Ecco i 4 comportamenti sul lavoro che rivelano una tendenza al tradimento, secondo la psicologia

Il tuo partner torna dall’ufficio ogni sera e pensi di conoscere ogni dettaglio della sua giornata lavorativa. Ma cosa succederebbe se il modo in cui si comporta con i colleghi, gestisce le mail o parla del capo potesse raccontarti molto più di quanto immagini sulla sua fedeltà? Diversi studi di psicologia relazionale hanno iniziato a collegare alcuni comportamenti lavorativi specifici con una maggiore predisposizione all’infedeltà. Non stiamo parlando di formule magiche per smascherare traditori seriali, ma di pattern comportamentali che gli esperti hanno osservato ripetersi con una certa frequenza. Sono campanelli d’allarme che non garantiscono il tradimento, ma suggeriscono dinamiche psicologiche interessanti e possono aiutarti a capire meglio te stesso e il tuo rapporto.

Perché quello che succede in ufficio non resta in ufficio

Partiamo dalle basi. Secondo diverse ricerche nel campo della psicologia organizzativa, il posto di lavoro è uno dei contesti dove più frequentemente nascono relazioni extraconiugali. Non è solo questione di opportunità o di passare otto ore al giorno con la stessa persona: il modo in cui gestiamo le relazioni professionali rivela molto sul nostro funzionamento psicologico generale.

Se sei una persona coscienziosa e affidabile al lavoro, probabilmente lo sarai anche in coppia. Se tendi a essere impulsivo o a cercare costantemente nuove emozioni nella carriera, quelle stesse caratteristiche influenzeranno anche la tua vita sentimentale. Una meta-analisi pubblicata su Personality and Social Psychology Review nel 2018 ha confermato che tratti come bassa coscienziosità ed elevata estroversione sono associati a comportamenti sessuali a rischio e infedeltà in diversi ambiti della vita.

C’è un meccanismo psicologico specifico che lega lavoro e fedeltà in modo particolarmente interessante: si chiama compartimentazione. Fondamentalmente, è la capacità del nostro cervello di tenere separate diverse aree della vita, creando compartimenti stagni. Un po’ come avere cassetti mentali: in uno metti il “te lavoratore”, in un altro il “te partner”. Questo meccanismo è normalissimo e persino utile. Il problema nasce quando diventa così rigido da permetterti di mantenere comportamenti completamente contraddittori senza provare alcun disagio. Gli studi sulla personalità narcisistica hanno mostrato che individui con tratti elevati di narcisismo, machiavellismo o psicopatia subclinica usano frequentemente questa strategia per giustificare relazioni parallele.

Primo segnale: confini che sembrano disegnati con la matita

Parliamo del primo comportamento da tenere d’occhio: la gestione dei confini con i colleghi. Non stiamo parlando della persona socievole che scherza alla macchinetta del caffè, ma di chi mantiene costantemente rapporti ambigui: messaggi privati a orari strani, confidenze intime che andrebbero riservate al partner, battute a doppio senso ripetute, flirt mascherato da simpatia.

La letteratura scientifica sulla psicologia organizzativa ci dice che la capacità di mantenere confini chiari tra vita professionale e personale è legata a maggiore benessere e integrità. Uno studio pubblicato su Human Relations nel 2000 ha dimostrato che chi riesce a tracciare linee nette tra i diversi ruoli vive meno conflitti e stress. Al contrario, l’ambiguità cronica crea zone grigie dove tutto diventa possibile.

Qui entra in gioco un concetto fondamentale: le cosiddette “emotional affairs”, le relazioni emotive extraconiugali. Ricerche pubblicate sul Journal of Sex Research già nel 1992 hanno documentato che molte relazioni extraconiugali non iniziano con il sesso, ma con confidenze apparentemente innocue tra colleghi. Si parte con “il mio partner non mi capisce”, si continua con “tu invece mi ascolti davvero”, e pian piano si oltrepassano limiti che nessuno aveva esplicitato.

La differenza tra una persona con confini sani e una con confini ambigui sta nella consapevolezza. Chi ha confini chiari sente quando una conversazione sta diventando troppo intima e fa marcia indietro. Chi invece naviga costantemente in acque torbide spesso lo fa deliberatamente, perché quella sensazione di “potenzialità” gli dà una scarica di adrenalina. È come tenere sempre aperte più porte, senza mai impegnarsi davvero.

Secondo segnale: fame insaziabile di applausi

Il secondo pattern comportamentale riguarda il bisogno di validazione esterna. Tutti vogliamo essere apprezzati sul lavoro, ci mancherebbe. Ma qui parliamo di qualcosa di diverso: quella persona che sembra vivere esclusivamente per i complimenti, che si illumina quando diventa il centro dell’attenzione e si spegne quando passa inosservata.

Gli studi sulla personalità hanno identificato questo pattern sia nelle strutture narcisistiche, soprattutto nel narcisismo vulnerabile, sia in persone con bassa autostima che compensano il senso di inadeguatezza cercando costante conferma dall’esterno. Una ricerca pubblicata su Clinical Psychology Review nel 2008 ha analizzato come individui con tratti narcisistici regolino il proprio valore quasi esclusivamente attraverso lo sguardo degli altri.

E qui arriva il collegamento con l’infedeltà. Una meta-analisi del 2006 apparsa sul Journal of Social and Personal Relationships ha dimostrato che tratti narcisistici e instabilità emotiva sono fortemente associati a maggiore probabilità di tradimento, proprio per questo bisogno costante di sentirsi desiderati e speciali.

Quando sei in coppia da anni, è fisiologico che l’ammirazione reciproca non sia più ai livelli dei primi mesi. Il partner ha una vita, preoccupazioni, stress. Non può passare le giornate a dirti quanto sei straordinario. Ma se il tuo intero sistema di autostima si regge su quella validazione esterna, ti ritroverai costantemente a cercare “dosi” di conferma altrove. L’ambiente lavorativo, con la sua competitività e le sue dinamiche di potere, diventa il terreno perfetto.

Terzo segnale: il mistero della giornata lavorativa

Arriviamo al terzo comportamento, quello più sottile ma forse più rivelatore: l’opacità selettiva sulla vita professionale. Non parliamo della normale privacy o della riservatezza su progetti aziendali sensibili, ma di chi diventa sistematicamente vago quando il partner chiede della giornata, omette sempre con chi ha pranzato, minimizza interazioni con specifici colleghi.

Quale di questi segnali ti preoccuperebbe di più nel partner?
Confini ambigui con colleghi
Fame di attenzioni al lavoro
Giornate lavorative sempre vaghe
Workaholism che divora tutto

La ricerca sulla fiducia nelle relazioni di coppia è chiara su questo punto. Uno studio del 1991 pubblicato sul Journal of Social and Clinical Psychology ha evidenziato che l’opacità selettiva, i segreti ingiustificati e le incongruenze nei racconti sono tra i predittori più forti di calo della fiducia, ancora più dell’infedeltà stessa. Non è tanto il segreto in sé a essere problematico, quanto il pattern di omissioni deliberate.

Chi usa abitualmente la compartimentazione per gestire ruoli diversi può facilmente mantenere “narrative parallele”: una versione della giornata per il partner, una per i colleghi, senza provare particolare disagio. Gli studi sul coping psicologico mostrano che alcune persone gestiscono lo stress creando confini mentali rigidissimi tra le sfere di vita. Quando questa strategia si combina con scarsa trasparenza, il risultato è che mentire per omissione diventa sempre più facile.

La variabile critica qui è la sistematicità. Tutti abbiamo diritto a non raccontare ogni singolo dettaglio della giornata. Ma quando l’opacità riguarda sempre le stesse persone, gli stessi contesti, e quando crea un’asimmetria informativa che impedisce al partner di avere anche solo un quadro generale delle tue relazioni significative, allora diventa un campanello d’allarme.

Quarto segnale: quando il lavoro divora tutto

L’ultimo pattern comportamentale riguarda il workaholism: quella forma di ambizione che non conosce confini, che sacrifica tutto sull’altare del successo professionale, che trasforma il lavoro nell’unico parametro di autovalutazione.

Gli studi sul workaholism sono abbastanza unanimi. Una ricerca del 2010 pubblicata sull’European Journal of Personality ha mostrato che il lavoro compulsivo è fortemente associato a maggiore conflitto tra vita professionale e familiare, minore soddisfazione di coppia e distacco emotivo crescente. Il partner si sente trascurato, la coppia accumula risentimento, e la distanza emotiva diventa un baratro.

C’è un aspetto ancora più interessante. Alcune professioni ad alta competitività e alto status attraggono più frequentemente persone con specifici tratti di personalità: dominanza, orientamento alla conquista, tratti parzialmente sovrapponibili alla cosiddetta “Triade Oscura”. Ricerche pubblicate in studi sulla personalità nel 2002 hanno documentato come questi tratti facilitino comportamenti relazionali opportunistici.

In queste personalità, le relazioni rischiano di essere viste più come risorse da sfruttare che come legami autentici. La fedeltà diventa questione di convenienza, non di valore etico. E l’ambizione sfrenata che li spinge a conquistare posizioni aziendali può manifestarsi anche nel voler conquistare persone, indipendentemente dai vincoli esistenti.

Cosa significa davvero tutto questo

La psicologia non ha la sfera di cristallo. Non può dirti con certezza chi tradirà e chi no. Quello che può fare è identificare correlazioni e fattori di rischio. Meta-analisi come quella del 2014 pubblicata sul Journal of Social and Personal Relationships hanno confermato che esistono variabili associate più frequentemente al tradimento: bassa coscienziosità, alta estroversione, narcisismo, impulsività, scarsa regolazione emotiva, storia di tradimenti precedenti, bassa soddisfazione relazionale.

Quello che rende utile osservare i comportamenti lavorativi è che funzionano come finestra anticipata su questi tratti. La gestione dei confini, il bisogno di validazione, la tendenza a compartimentare, il workaholism: sono tutti aspetti che emergono prima di un eventuale tradimento e che, indipendentemente dall’infedeltà, influenzano pesantemente la qualità della relazione.

Secondo ricerche come quella pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology nel 1998, la condivisione aperta ma non invasiva delle esperienze quotidiane rafforza intimità e fiducia. Quando questa condivisione viene meno, quando si creano opacità sistematiche o confini troppo rigidi, la coppia ne risente a prescindere dal tradimento.

Se ti sei riconosciuto in qualcuno di questi pattern, o li hai notati nel partner, respira. Non è automaticamente un segnale che sta succedendo qualcosa di grave. La letteratura sulle relazioni sottolinea che molti comportamenti disfunzionali possono essere modificati con consapevolezza e comunicazione. Per le coppie, questi segnali possono diventare l’inizio di conversazioni concrete: quanto spazio occupa davvero il lavoro nelle nostre priorità? Quanto siamo trasparenti nel raccontare le nostre giornate? Come gestiamo i rapporti con colleghi e conoscenti?

Per i singoli, riconoscere un forte bisogno di validazione esterna, difficoltà a mantenere confini o tendenza a compartimentare rigidamente può essere lo spunto per un lavoro personale. Spesso dietro questi comportamenti si nascondono insicurezze profonde, strategie di coping apprese nell’infanzia, traumi non elaborati. La terapia individuale o di coppia, supportata da numerose evidenze scientifiche, può fare la differenza.

La psicologia relazionale contemporanea ci insegna che l’infedeltà è raramente un fulmine a ciel sereno. È quasi sempre l’esito di un processo graduale: piccole erosioni di confini, bisogni non nominati, omissioni ripetute, distanza emotiva che si accumula. Imparare a leggere questi processi ci dà una possibilità concreta di intervenire prima. La vera domanda non è “il mio partner mi tradirà”, ma “quali dinamiche stiamo alimentando insieme che potrebbero renderci più vulnerabili”. È una prospettiva più faticosa ma infinitamente più utile, perché ci sposta dal giudizio alla responsabilità condivisa, dalla paranoia alla consapevolezza, dal sospetto alla possibilità di scelta.

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