Okay, scenetta classica: sei al colloquio di lavoro, tutto va bene, e poi arriva LEI. La domanda. Quella che ti fa sudare freddo mentre cerchi di capire cosa vogliono sentirti dire: “Preferisci lavorare in autonomia o in gruppo?” E tu lì, che tenti di leggere la mente del recruiter come se fossi un mentalista, mentre nella tua testa scorrono mille opzioni. Ma fermati un secondo, perché questa non è solo una domanda trabocchetto per farti assumere. È una finestra spalancata sul tuo funzionamento mentale, su come reagisci allo stress e su quale ambiente ti fa dare il meglio di te.
E no, non stiamo parlando di quelle classifiche assurde tipo “Quale personaggio di Friends sei in base al tuo mese di nascita”. Qui entriamo nel territorio della psicologia organizzativa seria, quella con decenni di ricerca alle spalle. Quindi respira, mettiti comodo e preparati a scoprire perché quella tua risposta istintiva potrebbe spiegare molto più di quanto pensi.
Il Grande Scontro: Lupi Solitari contro Animali da Branco
Partiamo da un dato che ti sorprenderà: secondo un sondaggio condotto dalla società di recruiting Robert Walters, circa il 49% dei professionisti dichiara di preferire lavorare in autonomia. Le ragioni? Una maggiore autonomia decisionale e un migliore equilibrio tra vita lavorativa e personale. Tradotto: meno riunioni inutili alle 17.30 di venerdì e più controllo sul proprio tempo.
Questo numero è interessante perché sfida il mito che tutti noi dovremmo essere naturalmente inclini al lavoro di squadra. Sai, quella retorica aziendale stile “Non esiste un IO nel team” che ti propinano dai tempi dell’università. La realtà? Quasi metà delle persone funziona meglio quando può gestirsi da sola, e non c’è assolutamente nulla di strano o antisociale in questo.
Ma perché questa divisione così netta? La risposta sta nel modo in cui il tuo cervello gestisce l’energia mentale. E qui entra in scena uno dei concetti più studiati della psicologia: il famoso continuum introversione-estroversione.
Introversi ed Estroversi: Sfatiamo Subito un Mito
Diciamolo chiaro una volta per tutte: essere introverso non significa essere timido, asociale o avere problemi relazionali. E essere estroverso non significa essere un chiacchierone senza profondità che non sa stare zitto. Queste sono caricature, non psicologia.
La distinzione vera, teorizzata dal grande Carl Jung nel 1921 e poi approfondita dallo psicologo Hans Eysenck negli anni Sessanta, riguarda come ricarichi le tue batterie mentali. Gli introversi si esauriscono dopo lunghe interazioni sociali perché il loro cervello elabora gli stimoli esterni in modo più intenso. È come avere il volume del mondo esterno sempre alzato: dopo un po’, hai bisogno di silenzio per non impazzire.
Secondo la teoria di Eysenck sull’arousal corticale, gli introversi partono già con un livello di attivazione cerebrale più alto. Questo significa che un open space pieno di gente che parla, telefona e si sposta continuamente è letteralmente sovrastimolante per il loro sistema nervoso. Non è che siano deboli o inadatti: è che il loro cervello sta processando tutto a intensità massima, mentre quello degli estroversi può filtrare più facilmente.
Gli estroversi, al contrario, hanno bisogno di quella stimolazione esterna per sentirsi carichi. Il loro cervello cerca attivamente interazioni, feedback immediati, lo scambio dinamico di idee. Lasciali da soli otto ore davanti a un computer senza parlare con nessuno e li vedrai letteralmente spegnersi come un telefono scarico.
Il Controllo Non È una Mania, È una Strategia di Sopravvivenza
Chi preferisce lavorare in autonomia spesso riporta una necessità maggiore di controllo sul proprio ambiente. E prima che tu pensi “Ah ecco, sono dei control freak”, fermati. Non stiamo parlando di persone che vogliono microgestire tutto e tutti. Stiamo parlando di una legittima strategia psicologica per gestire lo stress.
Quando lavori da solo, puoi decidere i tuoi ritmi, gestire quando e come affrontare le interruzioni, scegliere se fare il lavoro più impegnativo la mattina presto o la sera tardi. Questo senso di controllo personale, quello che gli psicologi Richard Lazarus e Susan Folkman hanno chiamato nel 1984 “perceived control” nel loro modello transazionale dello stress, è uno dei più potenti riduttori di ansia che esistano.
Non è un capriccio: è fisiologia. Avere la percezione di controllare il proprio ambiente lavorativo riduce il cortisolo, migliora le prestazioni cognitive e previene il burnout. Per alcune persone, questo controllo è essenziale per raggiungere lo stato di flusso.
Lo Stato di Flusso: Quando il Tempo Scompare
Hai presente quando sei talmente assorbito in quello che stai facendo che perdi completamente la cognizione del tempo? Guardi l’orologio e sono passate tre ore che ti sembravano venti minuti? Quello è lo stato di flusso, o flow, scoperto e studiato dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi nel 1975.
È quella condizione magica in cui produci il tuo lavoro migliore, quella concentrazione profonda dove tutto scorre naturalmente. Il problema? Le interruzioni costanti tipiche del lavoro di gruppo rendono questo stato praticamente impossibile da raggiungere. Ogni volta che qualcuno ti chiede “Hai un secondo?”, il tuo cervello deve ricominciare da capo il processo di concentrazione. E raggiungere il flow richiede almeno quindici-venti minuti di lavoro ininterrotto.
Per chi preferisce lavorare da solo, non è che odia i colleghi: è che ha bisogno di quella continuità per dare il massimo.
Dall’Altra Parte: Quando il Team È il Tuo Carburante
Ma non tutti funzionano così, e questo è meraviglioso. Ci sono persone per cui il feedback sociale non è solo piacevole, è necessario. Vedere l’impatto immediato del proprio contributo sugli altri, ricevere un “Grande idea!” in tempo reale, sentire l’energia di un gruppo che lavora insieme verso un obiettivo comune: per alcuni, questo è il vero motore della motivazione.
La ricerca nel campo della psicologia del lavoro mostra che il team working favorisce lo sviluppo delle competenze relazionali: negoziazione, empatia, comunicazione efficace, gestione dei conflitti. Tutte quelle soft skills che poi ti servono nella vita, non solo al lavoro.
E c’è una base scientifica anche qui. La Self-Determination Theory, elaborata dagli psicologi Edward Deci e Richard Ryan nel 1985, identifica tre bisogni psicologici fondamentali per la motivazione intrinseca: autonomia, competenza e relazione sociale. Quella terza componente, il “relatedness”, il sentirsi connessi agli altri, è cruciale per molte persone. Senza quella dimensione sociale, il lavoro perde significato, diventa meccanico.
Il rischio di chi lavora sempre in solitudine? L’isolamento può portare a una perdita di prospettiva, a difficoltà nel calibrare le proprie prestazioni rispetto agli standard e, nei casi estremi, a una sensazione di disconnessione totale dal significato del proprio contributo. Ti svegli un giorno e ti chiedi: “Ma a che serve tutto questo?”
I Big Five: Come la Tua Personalità Influenza la Preferenza
Okay, facciamo un passo indietro e guardiamo il quadro completo della tua personalità. La psicologia moderna usa spesso il modello dei Big Five, cinque grandi dimensioni che descrivono le differenze individuali. Sono state identificate e validate da Paul Costa e Robert McCrae nel 1997 attraverso il NEO Five-Factor Inventory, e sono diventate lo standard di riferimento.
Eccole: Apertura all’esperienza, Coscienziosità, Estroversione, Amicalità e Nevroticismo. La tua preferenza lavorativa può indicare dove ti collochi su alcune di queste dimensioni.
L’Estroversione è ovvia: punteggi alti predicono una maggiore predilezione per il lavoro di gruppo. Ma anche la Coscienziosità gioca un ruolo interessante. Chi ha punteggi elevati in questa dimensione tende a essere metodico, organizzato, orientato agli obiettivi. E indovina? Queste persone spesso preferiscono l’autonomia perché consente loro di implementare i propri sistemi di lavoro senza compromessi. Possono creare la loro perfetta routine, ottimizzare ogni processo, lavorare con la precisione di un orologiaio svizzero.
L’Amicalità, invece, la tendenza a essere cooperativi e attenti ai bisogni altrui, è associata a comportamenti prosociali e relazionali. Chi ha punteggi alti qui trova il lavoro di team particolarmente gratificante perché risponde a un’inclinazione naturale verso la collaborazione e l’armonia di gruppo.
Ma attenzione: non stiamo parlando di etichette fisse. Sei un mix complesso di tutte queste dimensioni, non una categoria rigida.
Il Paradosso della Cultura Aziendale Moderna
Ecco il problema: viviamo in un’epoca che celebra il lavoro di squadra come se fosse l’unica via per il successo. Le aziende progettano open space dove la privacy è un ricordo lontano, organizzano team building obbligatori, inseriscono “spirito di collaborazione” in ogni singola job description come se fosse la virtù suprema.
Ma questa enfasi culturale sul lavoro di gruppo crea un disallineamento massiccio per chi funziona meglio in autonomia. La pressione a conformarsi può portare persone naturalmente portate per il lavoro indipendente a sentirsi sbagliate, inadeguate, come se ci fosse qualcosa che non va in loro.
La verità scomoda? Entrambe le modalità sono ugualmente valide e necessarie. La genialità individuale ha prodotto innovazioni straordinarie. Pensa agli scrittori che hanno cambiato la letteratura lavorando in solitudine, ai programmatori che hanno creato software rivoluzionari nella loro camera, ai ricercatori che hanno fatto scoperte cruciali nei loro laboratori isolati.
Allo stesso tempo, progetti complessi come le missioni spaziali o lo sviluppo di nuovi farmaci richiedono necessariamente team multidisciplinari dove chimici, ingegneri, medici e statistici lavorano insieme.
Non esiste una modalità superiore all’altra. Esiste solo quella giusta per te, per il compito specifico e per il momento della tua vita.
Lo Stress Quando Sei nel Posto Sbagliato
Parliamo delle conseguenze concrete di tutto questo. Lavorare costantemente in una modalità che non rispetta il tuo funzionamento naturale non è solo scomodo: è la ricetta perfetta per il burnout.
Gli studi sul person-environment fit, il concetto sviluppato da Jeffrey Edwards nel 1991, mostrano che il disallineamento tra preferenze individuali e ambiente lavorativo è un predittore significativo di stress occupazionale. In parole povere: se sei nel posto sbagliato, il tuo corpo e la tua mente te lo faranno pagare.
Sei una persona che ricarica le batterie nella solitudine ma passi otto ore al giorno in un open space rumoroso senza mai un momento di pace? Il tuo sistema nervoso rimane in uno stato di allerta costante che esaurisce le tue risorse cognitive ed emotive. Arrivi a sera che sei uno straccio, e non perché hai lavorato tanto, ma perché hai dovuto combattere contro il tuo ambiente per tutto il giorno.
Al contrario, costringere una persona estroversa a lavorare in completo isolamento può portare a demotivazione, sensazione di inutilità e, nei casi più gravi, sintomi depressivi legati all’isolamento sociale. Quella persona ha bisogno dell’energia del gruppo come tu hai bisogno di ossigeno.
Come Usare Questa Consapevolezza a Tuo Vantaggio
Okay, ora che sai tutto questo, che ci fai? Non puoi semplicemente mollare il lavoro e cercarne uno perfetto per te domattina. Ma puoi fare piccoli aggiustamenti che cambiano tutto.
Se preferisci l’autonomia ma lavori in team, negozia momenti di lavoro individuale. Blocca nel calendario ore dedicate alla concentrazione profonda e comunicalo chiaramente. Usa cuffie noise-cancelling, cerca spazi tranquilli, scegli gli orari meno affollati per i compiti che richiedono massima attenzione. E soprattutto, spiega ai colleghi che non sei asociale: hai semplicemente bisogno di quei momenti per dare il meglio.
Se invece prosperi nel lavoro di gruppo ma hai un ruolo principalmente individuale, cerca attivamente opportunità di collaborazione. Proponi sessioni di brainstorming, offri mentoring, lavora in spazi condivisi dove puoi sentire l’energia di altre persone anche senza interagire costantemente. A volte basta solo la presenza fisica di altri esseri umani che lavorano per farti sentire connesso.
L’Approccio Ibrido: Il Meglio di Due Mondi
La ricerca più recente suggerisce che alternare momenti di lavoro individuale concentrato a sessioni collaborative potrebbe essere ottimale per molte persone. Questa alternanza rispetta i diversi tipi di processi cognitivi richiesti da compiti diversi.
Joy Paul Guilford, nel 1967, distinse tra creatività divergente e convergente. La prima, quella che genera nuove idee, spesso beneficia del brainstorming di gruppo e dello scambio libero di pensieri. La seconda, quella che raffina e implementa, richiede concentrazione individuale e assenza di distrazioni.
Capire quando hai bisogno di quale modalità è una forma sofisticata di intelligenza professionale. Non si tratta di scegliere un campo per sempre, ma di navigare strategicamente tra i due.
La Domanda al Colloquio: Come Rispondere Davvero
Torniamo alla domanda iniziale del colloquio. Ora che sai tutto questo, come dovresti rispondere? La verità è che non esiste una risposta universalmente corretta, ma esiste quella autentica per te.
Se preferisci l’autonomia, dillo. Spiega che produci il tuo lavoro migliore quando hai la possibilità di concentrarti in profondità, ma che apprezzi momenti strutturati di collaborazione per confrontarti e ricevere feedback. Non sei un misantropo, sei semplicemente onesto sul tuo funzionamento ottimale.
Se ami il lavoro di gruppo, comunicalo con entusiasmo, ma aggiungi che riconosci anche il valore di momenti di riflessione individuale per elaborare le idee emerse collettivamente. Non sei dipendente dall’approvazione altrui, hai semplicemente compreso che trovi energia e significato nella dimensione sociale del lavoro.
L’onestà paga. Un’azienda che non può o non vuole accomodare il tuo modo naturale di funzionare probabilmente non è il posto giusto per te comunque. Meglio scoprirlo al colloquio che dopo sei mesi di sofferenza.
Quello che Questa Preferenza Non Ti Dice
Prima di chiudere, è importante essere chiari su una cosa: questa preferenza può indicare tendenze di personalità, può suggerire strategie ottimali per il tuo benessere, può guidarti verso ambienti più compatibili. Ma non rivela tutto di te. Non è una diagnosi, non è una profezia, non è una scatola in cui rinchiuderti.
Tu sei infinitamente più complesso di questa singola dimensione. Sei un mosaico di caratteristiche, esperienze, contesti, obiettivi e momenti di vita diversi. La tua preferenza può cambiare nel tempo, può dipendere dal tipo di progetto, può variare in base alla tua situazione personale.
Non usare questa consapevolezza per limitarti. Usala piuttosto come una bussola per fare scelte più informate e compassionevoli verso te stesso. Il lavoro occupa un terzo della nostra vita adulta. Vale decisamente la pena capire come farlo rispettando chi sei, senza tradire il tuo funzionamento naturale solo per conformarti a un ideale che non ti appartiene.
Quindi la prossima volta che ti fanno quella domanda al colloquio, non cercare la risposta giusta. Cerca la tua risposta. Quella vera, quella autentica, quella che racconta come funzioni davvero. Perché solo così troverai l’ambiente in cui non dovrai fingere di essere qualcun altro per avere successo.
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