Quando afferriamo una confezione di latte UHT dallo scaffale del supermercato, la nostra attenzione viene immediatamente catturata da immagini bucoliche: verdi pascoli alpini, mucche felici che brucano erba fresca, panorami montani che evocano tradizione e genuinità. Il messaggio implicito è chiaro: questo è latte italiano, prodotto secondo gli standard di qualità che associamo al nostro territorio. Ma siete davvero sicuri che quella confezione contenga ciò che vi aspettate?
La comunicazione visiva che inganna
Il packaging del latte UHT rappresenta uno degli esempi più evidenti di come la comunicazione commerciale possa creare aspettative che non corrispondono necessariamente alla realtà del prodotto. Questo fenomeno, noto nel marketing agroalimentare come Italian sounding, sfrutta l’associazione positiva che i consumatori hanno con determinati territori per influenzare le decisioni d’acquisto.
Le aziende investono risorse significative nella progettazione di etichette che trasmettano valori come territorialità, tradizione e qualità artigianale. Questi elementi grafici rispondono a precise strategie di marketing che mirano a influenzare la percezione del prodotto senza dichiarare falsità esplicite. Il problema non sta nelle immagini in sé, quanto nel contrasto tra la comunicazione emozionale e l’informazione tecnica obbligatoria per legge.
Mentre i paesaggi italiani occupano gran parte della superficie della confezione, le informazioni realmente rilevanti sull’origine del latte vengono spesso relegate in spazi marginali, con caratteri tipografici di dimensioni minime. Indagini condotte da associazioni dei consumatori italiane come Altroconsumo hanno documentato numerosi casi in cui l’indicazione di origine è tecnicamente presente ma poco leggibile o collocata in posizioni scomode da consultare.
Cosa dice realmente la normativa
Dal 2017, in Italia vige l’obbligo di indicare il paese di mungitura e il paese di trasformazione per il latte e i prodotti lattiero-caseari. Questo obbligo è stato introdotto dal Decreto interministeriale del 9 dicembre 2016, entrato in applicazione nell’aprile 2017, che disciplina l’indicazione dell’origine della materia prima per il latte e i derivati.
La norma prevede che in etichetta siano riportate formule come “Paese di mungitura” e “Paese di condizionamento o trasformazione” e stabilisce che tali indicazioni siano apposte in un punto evidente della confezione, in modo da essere facilmente visibili e chiaramente leggibili. Tuttavia, la legge non stabilisce un rapporto di proporzione tra dimensione di queste indicazioni e gli elementi grafici evocativi, né vieta che vengano collocate sul retro o in parti meno intuitive della confezione, purché rispettino il corpo minimo di carattere previsto dal Regolamento UE 1169/2011 sull’informazione al consumatore.
Il risultato è che potete trovarvi tra le mani una confezione che richiama fortemente l’Italia attraverso marchio, nome del prodotto o immagini, mentre in caratteri piccoli compare la dicitura che rivela una provenienza diversa. Questo non costituisce di per sé una violazione formale della normativa, ma rientra in una zona grigia in cui la trasparenza legale convive con una comunicazione complessiva potenzialmente fuorviante.
Le diciture da cercare e interpretare
Quando esaminate una confezione di latte UHT, dovete concentrarvi su informazioni specifiche che la legge impone di riportare. “Paese di mungitura: UE” significa che il latte può provenire da uno o più Stati membri dell’Unione Europea, senza ulteriore specificazione del singolo paese. Questa dicitura è prevista espressamente dal Decreto interministeriale del 2016 come possibilità per indicare un’origine plurima.
“Paese di trasformazione: Italia” indica che il processo di trattamento termico UHT e l’eventuale confezionamento sono avvenuti in Italia, ma non dice nulla sull’origine della materia prima, a meno che non sia associata anche a “Paese di mungitura: Italia”. La formulazione “Miscela di latti di diversi paesi UE” rivela che nella stessa confezione sono stati mescolati latti provenienti da diversi Stati membri, opzione prevista dalla normativa nazionale come alternativa alla lista dettagliata dei singoli paesi quando il latte è di origine multipla.
L’assenza di una chiara indicazione “100% italiano” non è di per sé prova di origine estera, ma quando il resto della confezione evoca fortemente l’italianità attraverso nomi, bandiera o paesaggi, dovrebbe spingervi a controllare con attenzione le indicazioni sul paese di mungitura e trasformazione.

Perché la provenienza dovrebbe interessarvi davvero
Alcuni potrebbero pensare che il latte sia sempre uguale, indipendentemente da dove viene munto. Questa visione però ignora diverse questioni rilevanti per chi desidera fare scelte alimentari consapevoli. I diversi paesi europei ed extraeuropei applicano normative differenti riguardo all’uso di antibiotici negli allevamenti, alla frequenza e tipologia dei controlli sanitari, agli standard di benessere animale e all’alimentazione del bestiame.
All’interno dell’Unione Europea esiste un quadro normativo comune, come il Regolamento UE 2019/6 sui medicinali veterinari e il Regolamento CE 853/2004 sui requisiti igienici per gli alimenti di origine animale. Tuttavia, l’attuazione concreta, l’intensità dei controlli e alcune prescrizioni specifiche possono variare tra Stati, come evidenziato dai rapporti dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare EFSA.
La scelta di privilegiare filiere corte e produzione nazionale ha implicazioni che vanno oltre gli aspetti organolettici. Riguarda la riduzione delle emissioni legate al trasporto su lunghe distanze, il sostegno all’economia locale e agli allevatori del territorio, e la maggiore facilità per le autorità nazionali e i consumatori organizzati di monitorare e verificare le condizioni di produzione. Quando pagate un prezzo che vi aspettate corrisponda a un prodotto italiano di qualità, avete il diritto di ricevere informazioni chiare, veritiere e non ingannevoli.
Come difendersi da questa pratica
La prima arma a vostra disposizione è il tempo. Dedicare anche solo trenta secondi in più a esaminare l’etichetta può fare la differenza tra una scelta consapevole e un acquisto basato su impressioni fuorvianti. Se fate fatica a leggere, potrebbe non essere solo un vostro problema ma una strategia deliberata di comunicazione ambigua.
Portate con voi gli occhiali se necessario, utilizzate la torcia del telefono per illuminare meglio le scritte meno visibili, girate la confezione e cercate sistematicamente le informazioni sull’origine. Cercate specificamente le diciture “Paese di mungitura”, “Paese di trasformazione” o l’eventuale indicazione “100% italiano”.
Non fatevi guidare esclusivamente dal prezzo: un latte economico che dichiara in modo chiaro la sua provenienza estera è, dal punto di vista informativo, più trasparente di un prodotto premium che comunica italianità solo tramite immagini e slogan, relegando l’origine reale in un angolo poco visibile dell’etichetta. Sul mercato esistono prodotti di ottima qualità provenienti da altri paesi, venduti a prezzi competitivi e con etichette trasparenti: questi rappresentano alternative più oneste rispetto a strategie che puntano sull’ambiguità grafica.
Il vostro ruolo nel cambiamento
Le aziende reagiscono alle scelte dei consumatori in modo documentato: variazioni nei volumi di vendita e nei feedback portano spesso a modifiche di packaging e comunicazione entro pochi cicli di produzione. Ogni volta che lasciate sullo scaffale un prodotto dalla comunicazione ambigua per sceglierne uno trasparente, inviate un segnale misurabile nei dati di vendita.
Se i reparti marketing registrano che i prodotti con etichettatura più chiara e coerente premiano in termini di vendite e reputazione, le strategie si sposteranno progressivamente verso una maggiore trasparenza, perché diventerà un vantaggio competitivo e non solo un obbligo normativo.
Parlate di queste questioni con amici e familiari, condividete le vostre osservazioni, segnalate i casi più discutibili alle associazioni dei consumatori e, se necessario, alle autorità competenti come l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per le pratiche commerciali scorrette, o l’ICQRF per i controlli su origine ed etichettatura dei prodotti agroalimentari. La tutela collettiva inizia dalla consapevolezza individuale, ma diventa veramente efficace quando si traduce in pressione diffusa sui produttori e sulla distribuzione. Il vostro carrello della spesa è uno strumento di democrazia economica: ogni acquisto o mancato acquisto contribuisce a definire quali strategie di comunicazione saranno premiate e quali verranno abbandonate.
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