Ecco i 7 comportamenti tipici delle persone che lavorano troppo, secondo la psicologia

Quante volte hai detto “faccio solo questa mail veloce” alle dieci di sera, per poi ritrovarti ancora incollato allo schermo a mezzanotte? Quante volte hai portato il portatile in vacanza “giusto per sicurezza”, salvo poi usarlo ogni santo giorno? E quante volte, quando finalmente ti sei preso un pomeriggio libero, ti sei sentito stranamente in colpa, come se stessi rubando qualcosa?

Se stai annuendo mentre leggi, fermati un attimo. Potresti non essere semplicemente “una persona dedita al lavoro”. Potresti essere scivolato in un territorio che gli psicologi chiamano workaholism, ovvero quella spiacevole situazione in cui il lavoro da scelta diventa compulsione, da strumento diventa gabbia, da fonte di soddisfazione diventa l’unica cosa che ti fa sentire vivo.

E la cosa interessante? Dietro quel controllare ossessivamente le email, quel non riuscire mai a delegare, quel perfezionismo che ti fa ricontrollare dieci volte lo stesso documento, ci sono meccanismi psicologici ben precisi. Meccanismi che hanno poco a che fare con l’ambizione e molto con cose più profonde: paura, insicurezza, bisogno di validazione, fuga da emozioni scomode.

Prima Di Tutto: Non Sei Tu, È Il Tuo Cervello (Ma Un Po’ Sei Anche Tu)

Partiamo da una precisazione importante, perché non vogliamo che ti senta sbagliato o difettoso. Il workaholism non è una condanna morale e non significa che sei debole o malato. Secondo la letteratura scientifica raccolta da istituti di ricerca come l’Istituto Beck e riviste specializzate come State of Mind, si tratta di una vera e propria dipendenza da lavoro. Proprio come esistono dipendenze da sostanze, esistono dipendenze da comportamenti: gioco d’azzardo, shopping compulsivo, uso patologico di internet e, appunto, lavoro.

La differenza con altre dipendenze? Quella da lavoro è socialmente accettata, anzi, spesso viene lodata. “Guarda che stakanovista, che dedizione!” dicono i colleghi mentre tu stai bruciando relazioni, salute e lucidità mentale. Il problema è che il tuo cervello, in questa dinamica, si comporta esattamente come farebbe con una sostanza: cerchi la “dose” di lavoro per sentirti ok, provi disagio quando non ce l’hai, aumenti progressivamente le ore necessarie per ottenere lo stesso senso di gratificazione.

Ma attenzione: non tutti quelli che lavorano tanto sono dipendenti dal lavoro. C’è una differenza enorme tra attraversare un periodo intenso e avere una relazione patologica con la propria professione. La persona che lavora tanto per scelta può staccare quando serve, gode dei momenti di riposo, non sente che il suo valore come essere umano dipende solo da quello che produce. Il workaholic, invece, non riesce a fermarsi nemmeno volendo, sente una spinta interna irresistibile e usa il lavoro come unico metro del proprio valore.

I Comportamenti Che Ti Dovrebbero Far Drizzare Le Antenne

Allora, come si riconosce chi sta scivolando nel territorio pericoloso? Gli esperti hanno individuato pattern ricorrenti, comportamenti che si ripetono in chi ha sviluppato una dipendenza da lavoro. Vediamoli uno per uno, senza girarci troppo intorno.

Il Tempo È Una Grandezza Infinita (Quando Si Tratta Di Lavoro)

Il primo segnale è anche il più evidente: lavorare molte più ore del necessario. E non parliamo di quella settimana folle prima di una scadenza importante, parliamo di un pattern cronico. Weekend perennemente occupati da roba di lavoro, vacanze con il pc sempre a portata di mano, serate che finiscono sistematicamente con “giusto un’ultima cosa da fare”.

La ricerca sul workaholism ha mostrato che questo comportamento non è dettato da necessità economica reale o da richieste esterne insostenibili. È una spinta interna, una sorta di motore che non si spegne mai. Studi pubblicati su riviste mediche internazionali hanno evidenziato che lavorare regolarmente oltre le cinquanta ore settimanali è collegato a un aumento significativo del rischio di malattie cardiovascolari e ictus. Non è poesia, è la tua salute che ti presenta il conto.

Ma c’è di più: ricerche nell’ambito della medicina occupazionale hanno dimostrato che chi lavora stabilmente oltre le cinquantadue ore settimanali mostra cambiamenti misurabili nelle aree del cervello coinvolte nella regolazione emotiva e nelle funzioni esecutive. In pratica, stai letteralmente modificando la struttura del tuo cervello. Simpatico, vero?

Anche Quando Dormi, Stai Lavorando (Nella Tua Testa)

Secondo segnale: i pensieri ossessivi sul lavoro. Sei sotto la doccia? Stai ripassando mentalmente la presentazione di domani. Sei a cena con il partner? Stai facendo la lista mentale delle email da mandare. Sei a letto? Stai ruminando su quella frase detta male in riunione.

Questo fenomeno, che gli psicologi chiamano ruminazione lavorativa, è uno dei tratti distintivi del workaholism. La tua mente non stacca mai, non entra mai in modalità riposo. E questo ha conseguenze concrete: studi sulla psicologia del recupero hanno mostrato che la ruminazione prolungata sul lavoro è associata a sonno di scarsa qualità, aumento dello stress percepito e minore capacità di recupero psicologico.

Il problema non è pensare al lavoro ogni tanto, è che il lavoro invade ogni singolo spazio mentale disponibile. Il tuo cervello ha bisogno di momenti in cui può vagare liberamente, annoiarsi, fantasticare. Senza quei momenti, memoria, attenzione e capacità cognitive ne risentono pesantemente. Lo stress cronico legato a questo stato di allerta permanente è collegato a deficit nelle funzioni esecutive e nella memoria di lavoro, come documentato da ricerche nell’ambito dello stress lavoro-correlato.

Delegare? Mai Sentito

Terzo grande segnale: l’incapacità totale di delegare. “Se vuoi che una cosa sia fatta bene, devi farla tu” è probabilmente il tuo motto di vita. Affidarsi agli altri? Impossibile. Fidarti che qualcun altro possa gestire anche solo una minima parte del tuo lavoro? Impensabile.

Dietro questa difficoltà c’è molto più che semplice efficienza. Gli studi sul workaholism hanno evidenziato una forte correlazione tra dipendenza da lavoro ed elevato bisogno di controllo, spesso mediato da ansia e scarsa fiducia negli altri. Non è che pensi veramente che gli altri siano incompetenti, è che l’idea di perdere il controllo ti terrorizza a un livello profondo.

E quindi? Controlli tutto tre volte, rileggi ossessivamente le email prima di inviarle, verifichi il lavoro dei colleghi anche quando nessuno te l’ha chiesto. Il risultato paradossale? Questo super-controllo non aumenta l’efficienza, spesso la riduce. Ti esaurisci, rallenti tutto, diventi un collo di bottiglia per l’intera organizzazione. Ma almeno hai l’illusione del controllo, giusto?

Il Perfezionismo Che Ti Paralizza

Quarto comportamento tipico: il perfezionismo estremo. Non quello sano, del tipo “mi piace fare bene le cose”, ma quello tossico, con standard talmente alti che nessun essere umano potrebbe mai raggiungerli costantemente.

La letteratura scientifica sul workaholism ha documentato una fortissima connessione tra perfezionismo maladattivo e lavoro compulsivo. Chi presenta standard irrealistici e rigidi verso se stesso, accompagnati da autocritica feroce, ha un rischio molto più alto di sviluppare dipendenza da lavoro e sintomi depressivi.

Nella pratica, questo si traduce in: rifare dieci volte la stessa presentazione perché “non è ancora perfetta”, sentirsi inadeguati se qualcosa è solo “buono” invece che “eccellente”, ingigantire ogni piccolo errore trasformandolo in prova della propria incapacità. E ovviamente la soluzione che ti viene in mente è sempre la stessa: lavorare ancora di più, controllare ancora più dettagli, caricarti di ancora più responsabilità. Un circolo vizioso perfetto, se vogliamo chiamarlo così.

Quando Ti Fermi, Ti Senti Male (Letteralmente)

Quinto segnale, forse il più rivelatore: i sintomi da astinenza quando non lavori. Ansia, irritabilità, agitazione, ma soprattutto un senso di colpa pervasivo e paralizzante.

Prendi un pomeriggio libero? Ti senti in colpa. Guardi una serie TV? Senti che “dovresti fare qualcosa di produttivo”. Vai in vacanza? Non riesci a rilassarti perché nella tua testa c’è una vocina che ripete “stai sprecando tempo”.

Gli studi che applicano i modelli delle dipendenze comportamentali al workaholism hanno descritto fenomeni molto simili al craving e all’astinenza osservati in altre forme di dipendenza. Non è drammatizzazione, è il modo in cui il tuo cervello ha imparato a funzionare: il lavoro è diventato l’unica attività che ti fa sentire “a posto”, e la sua assenza genera malessere reale.

Cosa ti fa più sentire workaholic?
Controllo email in vacanza
Colpa nel riposare
Zero delega
Pensieri lavoro h24
Standard impossibili

Confini? Quali Confini?

Sesto comportamento: la totale dissoluzione dei confini tra vita professionale e vita personale. Email durante la cena, chiamate di lavoro durante il compleanno di tuo figlio, weekend passati a “finire quella cosa veloce” che poi ti prende otto ore.

Le ricerche sui rischi psicosociali nel lavoro hanno documentato ampiamente come orari asociali, reperibilità costante e intensità lavorativa elevata siano tra i fattori più dannosi per la salute mentale. L’indagine europea OSH Pulse del 2022 ha rilevato che circa il ventisette percento dei lavoratori europei riferisce stress, ansia o depressione causati o peggiorati dal lavoro, con un ruolo centrale proprio di orari prolungati e confini poco chiari.

Ma tu magari ti dici che è normale, che “così funziona il lavoro oggi”, che “tutti fanno così”. Spoiler: non è normale e non tutti fanno così. E soprattutto, anche se lo facessero tutti, rimarrebbe comunque dannoso per la tua salute fisica e mentale.

Sei Insostituibile (Nella Tua Testa)

Ultimo grande pattern comportamentale: la percezione granitica di essere assolutamente indispensabile. Sei convinto che senza di te tutto crollerebbe, che nessun altro possa gestire quello che fai tu, che dire di no a una richiesta equivalga a far fallire l’intera azienda.

Questa sensazione di insostituibilità, apparentemente gratificante, è in realtà una prigione. Ti porta ad accettare sempre più compiti, a non porre mai limiti, a essere sempre disponibile. La ricerca sul burnout ha collegato questa iper-responsabilità a un rischio molto elevato di esaurimento emotivo, cinismo e ridotta efficacia lavorativa, i tre pilastri del burnout clinicamente riconosciuto.

La verità scomoda? Nessuno è veramente insostituibile. E quella che ti sembra necessità oggettiva è spesso un bisogno psicologico di sentirti importante, perché forse in altri ambiti della vita non ti senti abbastanza.

Ma Perché Diavolo Lo Facciamo?

Ok, abbiamo visto i comportamenti. Ma la domanda vera è: perché? Cosa spinge una persona intelligente e capace a rovinarsi la vita lavorando in questo modo?

La risposta breve: è complicato. La risposta lunga: ci sono diversi meccanismi psicologici che spesso si intrecciano, e comprenderli può essere il primo passo per uscirne.

L’Autostima Appesa a un Filo (Chiamato Prestazione)

Primo grande motore: l’autostima dipendente dalla performance. Se il tuo senso di valore come persona è fragile o inesistente, il lavoro può diventare l’unica stampella su cui appoggiarti. Gli studi sul workaholism hanno mostrato che chi ha un’autostima condizionata tende a orientarsi verso la dipendenza da lavoro, usando la performance professionale come unica fonte di legittimazione personale.

“Valgo qualcosa solo se produco”, “Sono degno di amore solo se ottengo risultati”, “Se non sto facendo qualcosa di utile, non ho valore”: questi pensieri, spesso inconsci, guidano il comportamento. Ogni successo lavorativo diventa una boccata d’ossigeno per un’autostima che altrimenti affogherebbe.

Il problema? Questo tipo di valore personale è fragilissimo e richiede continue conferme esterne. Così ti ritrovi su una ruota da criceto: devi produrre sempre di più per sentirti sempre “abbastanza”, ma non è mai abbastanza davvero.

La Paura Di Sbagliare Che Ti Divora

Secondo meccanismo: la paura patologica del fallimento. Per alcune persone, l’idea di commettere un errore o di non essere all’altezza è così terrificante da trasformarsi in motore di iperlavoro.

La logica distorta è: “Se lavoro tantissimo, controllo ogni dettaglio, non delego niente, sono sempre presente, allora riduco il rischio di sbagliare”. Le ricerche hanno documentato una forte associazione tra workaholism, perfezionismo e paura del fallimento. Peccato che questa strategia sia completamente fallace: l’esaurimento e il sovraccarico cognitivo aumentano proprio il rischio di errori. Lo stress cronico peggiora attenzione, memoria e capacità decisionali, creando esattamente ciò che cercavi di evitare.

Il Lavoro Come Droga Legale

Terzo meccanismo, forse il più profondo: l’uso del lavoro come strategia per non sentire. In psicologia si chiama evitamento esperienziale, e significa riempire ogni momento con attività per non dover contattare emozioni difficili, pensieri dolorosi, situazioni complicate.

Tristezza? Lavoro. Rabbia? Lavoro. Vuoto esistenziale? Lavoro. Conflitti in famiglia? Lavoro. Paura di non essere amato? Lavoro. Il lavoro diventa un anestetico perfetto: è socialmente approvato, ti fa sentire produttivo, tiene la mente occupata. Ma soprattutto ti permette di non fermarti mai, perché se ti fermi devi fare i conti con quello che c’è sotto.

Gli studi sulle dipendenze comportamentali hanno mostrato che il lavoro può assumere una vera funzione di “narcotico psicologico”, permettendo di evitare il contatto con vulnerabilità e dolore. E come per altre dipendenze, più eviti, più hai bisogno di evitare, in un circolo che si autoalimenta.

Non È Solo Colpa Tua: Il Ruolo Del Contesto

Quarto elemento, spesso sottovalutato: il contesto lavorativo. Non tutto dipende da te. Ci sono ambienti organizzativi che alimentano, premiano e normalizzano il workaholism.

Culture aziendali in cui chi esce per ultimo è visto come il più dedito, dove rispondere alle email a mezzanotte è considerato normale, dove prendere tutte le ferie è interpretato come scarso impegno. Le ricerche sui rischi psicosociali nei luoghi di lavoro hanno identificato fattori come alta intensità lavorativa, scarsa autonomia, cultura del sempre disponibile e mancanza di supporto come predittori di stress, ansia, depressione e burnout.

Non sorprende che il workaholism sia più diffuso in certi settori professionali, come finanza, consulenza, sanità e tecnologia, e in contesti culturali che enfatizzano fortemente la produttività e le lunghe ore di lavoro.

E Adesso? Come Si Esce Da Questo Pasticcio

Primo passo, quello più difficile: ammettere che c’è un problema. Non è facile, soprattutto in una società che ti applaude quando lavori tanto. Ma riconoscere che il tuo rapporto con il lavoro non è sano è l’unico punto di partenza possibile.

Alcune domande da farti onestamente:

  • Riesco a godermi il tempo libero senza sensi di colpa?
  • Quando non lavoro, come mi sento davvero?
  • Sono capace di delegare e fidarmi?
  • Il mio valore personale dipende quasi solo dai risultati lavorativi?
  • Sto sacrificando relazioni importanti e la mia salute fisica?

Se molte risposte ti fanno suonare campanelli d’allarme, potrebbe essere utile parlarne con un professionista. Non per ricevere un’etichetta diagnostica, ma per capire cosa si nasconde dietro quella necessità compulsiva di lavorare sempre.

È importante precisare: il workaholism non è ancora una diagnosi ufficiale nei manuali diagnostici internazionali come il DSM-5 o l’ICD-11, ma è ampiamente studiato come possibile dipendenza comportamentale e spesso collegato a disturbi d’ansia, depressione e burnout. Questo significa che non si tratta di autodiagnosi, ma di riconoscere segnali che meritano attenzione e, se necessario, supporto professionale.

Le evidenze sulle psicoterapie per stress e burnout indicano che intervenire precocemente, magari con approcci cognitivo-comportamentali, può fare una differenza enorme nel recuperare benessere e prevenire conseguenze più gravi sulla salute mentale e fisica.

Alla fine, si tratta di questo: ricordare che il tuo valore come persona non coincide con quello che produci. Che sei degno di esistere, di riposare, di avere relazioni, di provare gioia anche senza aver spuntato tutte le voci della tua lista di cose da fare. Che una vita equilibrata non è un lusso o una debolezza, ma un diritto fondamentale.

E se ti ritrovi in molti dei comportamenti descritti, sappi che chiedere aiuto non è un fallimento. È, al contrario, il primo vero atto di coraggio verso una vita in cui lavori per vivere, e non vivi per lavorare. Perché nessuno sulla tomba vorrebbe come epitaffio “ha risposto a tutte le email”.

Lascia un commento