Quando attraversiamo il corridoio dei cereali al supermercato, il farro si presenta come una delle scelte apparentemente più virtuose. Confezioni color terra, immagini di spighe dorate, riferimenti alla tradizione contadina e all’antica Roma: tutto concorre a trasmetterci un messaggio di autenticità e genuinità. Ma dietro queste suggestioni visive si nasconde una realtà che merita la nostra attenzione critica, perché non tutti i prodotti a base di farro sono quello che sembrano.
La differenza che il packaging non racconta
Il primo aspetto che sfugge alla maggioranza dei consumatori riguarda la tipologia di farro contenuta nella confezione. Esiste infatti la differenza tra farro integrale e farro perlato, ma questa informazione viene spesso relegata in caratteri microscopici o addirittura omessa dalle comunicazioni in evidenza sulla confezione.
Il farro perlato ha subìto un processo di raffinazione che rimuove gli strati esterni del chicco, quelli più ricchi di fibre, minerali e vitamine. Si tratta sostanzialmente di un cereale raffinato, con valori nutrizionali significativamente ridotti rispetto alla versione integrale. La differenza non è trascurabile: si stima una perdita significativa di contenuto in fibre, generalmente tra il 20% e il 50% a seconda del grado di raffinazione, e una riduzione considerevole di micronutrienti essenziali come magnesio, ferro e vitamine del gruppo B.
La percentuale fantasma
Un altro elemento critico riguarda i prodotti trasformati a base di farro: pasta, biscotti, crackers, prodotti da forno. Qui la situazione si complica ulteriormente. Molte confezioni esibiscono la parola “farro” in grande evidenza, accompagnata da immagini bucoliche e claim salutistici, ma la percentuale effettiva di questo cereale presente nel prodotto rimane un mistero fino alla lettura attenta dell’elenco ingredienti.
La normativa europea non obbliga i produttori a dichiarare la percentuale esatta di farro nei prodotti trasformati se non è l’ingrediente principale, il che rende difficile valutare effettivamente quanto farro sia contenuto nel prodotto. Non è raro scoprire che il farro rappresenta solo una parte minoritaria della composizione, mentre la base è costituita da farina di frumento raffinata comune. Questa pratica sfrutta la percezione positiva del consumatore verso questo cereale antico per vendere prodotti che, dal punto di vista nutrizionale, non si discostano molto dalle versioni tradizionali.
Gli additivi dell’autenticità
La narrazione della semplicità e della naturalità che accompagna i prodotti a base di farro spesso si scontra con la presenza di additivi, conservanti e miglioratori che nulla hanno a che fare con la tradizione evocata dal packaging. È importante leggere con attenzione le etichette per scoprire cosa si nasconde davvero nella composizione. Nei prodotti a base di farro possiamo trovare emulsionanti per migliorare la texture, conservanti per prolungare la shelf life, aromi per intensificare il sapore, agenti lievitanti chimici nei prodotti da forno e oli vegetali di qualità inferiore aggiunti per ridurre i costi.
Va notato che la presenza di additivi autorizzati non è automaticamente sinonimo di prodotto scadente, poiché molti di questi conservanti e emulsionanti garantiscono la sicurezza alimentare e la stabilità del prodotto. Il problema emerge quando la comunicazione visiva del prodotto enfatizza la naturalità e la semplicità, mentre la composizione effettiva racconta una storia diversa. Nessuno di questi ingredienti viene evidenziato nelle comunicazioni frontali della confezione, dove invece campeggia la promessa di un ritorno alle origini e alla semplicità alimentare.

Il gioco delle denominazioni
Anche la terminologia utilizzata merita attenzione. Espressioni come “con farro”, “al farro”, “gusto farro” non sono sinonimi e sottintendono percentuali di presenza dell’ingrediente molto diverse. Il “con farro” può indicare quantità minime, mentre solo la dicitura “farro 100%” o “farro integrale” offre garanzie sulla composizione effettiva del prodotto.
Questa proliferazione di formule linguistiche ambigue non è casuale, ma rappresenta una strategia di marketing studiata per attrarre consumatori attenti alla salute senza impegnarsi in promesse troppo precise dal punto di vista quantitativo. La normativa europea sull’etichettatura alimentare consente queste diciture, ma sta al consumatore interpretarle correttamente per fare scelte davvero informate.
Come orientarsi tra gli scaffali
Per effettuare scelte realmente consapevoli, diventa indispensabile andare oltre l’impatto visivo della confezione e dedicare qualche minuto alla lettura critica delle informazioni obbligatorie. L’elenco ingredienti rimane il nostro alleato più affidabile: secondo la normativa europea, gli ingredienti sono elencati in ordine decrescente di peso, quindi la posizione del farro in questo elenco ci rivela immediatamente se si tratta dell’ingrediente principale o di una presenza marginale.
Controllare poi se viene specificato “farro integrale” o “farro perlato” fa la differenza tra acquistare un prodotto con elevato valore nutrizionale o un cereale raffinato commercializzato con un’aura salutistica. Nel dubbio, la dicitura “farro decorticato” rappresenta un’opzione intermedia, dove vengono rimossi solo gli strati più esterni non commestibili, ma il risultato finale varia ancora in base ai successivi processi di raffinazione.
Le tre tipologie di farro da conoscere
Per fare chiarezza, è importante distinguere tra le diverse lavorazioni del farro disponibili in commercio. Il farro integrale mantiene tutti gli strati del chicco ed è la versione più ricca dal punto di vista nutrizionale. Il farro decorticato ha subìto solo la rimozione della glumella, lo strato più esterno non commestibile, mantenendo buona parte dei nutrienti. Il farro perlato, invece, è stato sottoposto a un processo di raffinazione più intenso che rimuove anche crusca e germe, risultando più veloce da cuocere ma nutrizionalmente impoverito.
Quanto dovremmo pagare questo cereale
Un ulteriore aspetto da considerare riguarda il rapporto tra prezzo e qualità effettiva. I prodotti a base di farro vengono generalmente posizionati in una fascia di prezzo premium, giustificata dalle caratteristiche salutistiche e dalla narrazione di nicchia che li accompagna. Quando però scopriamo che il contenuto di farro è minoritario, che si tratta della versione raffinata o che la lista ingredienti è lunga quanto quella di un prodotto convenzionale, questo sovrapprezzo appare meno giustificabile.
Stiamo pagando un’immagine, una percezione, un’emozione legata al concetto di naturalità, più che un valore nutrizionale effettivamente superiore. Questo non significa che tutti i prodotti a base di farro siano ingannevoli, ma che occorre sviluppare un occhio critico per distinguere le proposte genuine da quelle che sfruttano semplicemente un trend di mercato. L’informazione resta il nostro strumento di difesa più efficace: prima di lasciarci conquistare da confezioni patinate e promesse di benessere, dedichiamo quel minuto in più alla verifica delle informazioni sostanziali. Controllare la tipologia di farro utilizzata, verificare la sua posizione nell’elenco ingredienti e valutare la presenza di additivi in relazione al messaggio comunicato dal packaging sono passaggi fondamentali per un acquisto consapevole.
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